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Vertical Summer Tour 2026

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Vertical Summer Tour 2026

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#advertising | Da una sponda all’altra dell’Italia, il Vertical Summer Tour passa dall’Adriatico al Tirreno nelle tappe di Civitanova Marche e Marina di Massa. L'appuntamento con il divertimento, i giochi da spiaggia e la freschezza della birra Best Bräu di Eurospin accompagna le giornate al mare. Il chiringuito è attivo tutto il giorno per una sosta rinfrescante, vieni allo stand, per te tanti gadget esclusivi! A seguire dj set presentati da Best Bräu. Bevi responsabilmente.

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Isola del Giglio, la perla granitica per la festa delle cantine

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Isola del Giglio, la perla granitica per la festa delle cantine

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Isola del Giglio (GR) Perla granitica di maremma Arcipelago Toscano 4 giorni sulla bellissima isola del sud Possibilità di fare 3 giorni arrivando il venerdì 25 sett mattina Perla granitica di maremma è Aegylon micron (isola piccola delle capre), isola ricadente nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.. perla maggiore della maremma che con i suoi quasi 500 m si stacca dall’orizzonte.. un paradiso! La sua natura si esprime in ogni stagione sui sentieri e vecchie mulattiere ricche di macchia mediterranea arbustiva, piante pioniere, garighe di cisti che emanano i loro profumati oli essenziali, sarà come immergersi un’erboristeria a cielo aperto. Andremo 3/4 giorni sulla bellissima isola granitica e cammineremo sui sentieri panoramici e ricchi di macchia mediterranea arbustiva con vari passaggi e soste in cale sabbiose dove potremmo fare un bel bagno di fine stagione. Faremo il viaggio in auto private (volendo in modalità condivisa) per Porto Santo Stefano dove le parcheggeremo e prenderemo la nave per raggiungere l'isola. Arrivati al Giglio lasceremo i bagagli in struttura ricettiva e inizieremo a camminare. L'isola è ben collegata e ricca di sentieri che portano a vecchie miniera del promontorio del Franco, calette di sabbia bianca come Le Cannelle e Arenella che presentano acque dai colori turchesi e molto trasparenti, cale di granelli di quarzo come al Campese e di affacci panoramici unici, sentieri con i vecchi palmenti e vigneti del vino Ansonaco che andremo a bere insieme la sera alla festa delle cantine al Castello! Degusteremo anche il dolce tipico gigliese..ovvero il panficato magari accompagnato da un’ottima birra ficata dell’isola. Imperdibile il giro dell’isola in barca l’ultima mattina mare permettendo per vedere ogni caletta nascosta dove faremo anche il bagno! Per coloro che faranno 4 giorni / 3notti: 24/9: andata con nave Maregiglio h 15:00 da Porto Santo Stefano – durata navigazione 1 ora 27/09: ritorno con nave Toremar h 18:00 dall'isola del Giglio - durata navigazione 1h circa Per coloro che faranno 3 giorni / 2notti: 25/09: andata con nave Toremar h 08:30 da Porto Santo Stefano - durata navigazione 1h circa 27/09: ritorno con nave Toremar h 18:00 dall'isola del Giglio - durata navigazione 1h circa PROGRAMMA PRIMO GIORNO: 24 settembre 2026: per coloro che faranno 3 notti/4 giorni - ritrovo a Porto Santo Stefano h 7:30 presso Bar Lume - partenza nave Toremar h 08:30 ed arrivo alle 09:30 all’isola del Giglio - recupero bagagli e arrivo in struttura ricettiva - h 17:00 ritrovo al porto per giro isola GIRO ISOLA in BARCA al CALASOLE Bellissimo giro dell’isola in barca privata per goderci lo spettacolo del calasole con passaggi in tutte le calette meravigliose con sosta bagno! Vedremo l’isola a livello del mare per capire veramente come è fatta dal punto di vista geologico poiché presenta una grande varietà di colori. Passeremo dall’affascinante faraglione situato all’estremità sud della baia del Campese, vedremo i fari a bande bianche e rosse da vicino: Capelrosso e Fenaio. Sarà un giro emozionante per iniziare il fine settimana più caratteristico dell’isola! Sbarco al porto per aperitivo con vista della peschiera romana e torre del Saraceno Cena in locale tipico e rientro in struttura SECONDO GIORNO: 25 settembre 2026: per coloro che faranno 2 notti/3 giorni - ritrovo del gruppo a Porto Santo Stefano h 7:30 presso Bar Lume - partenza nave Toremar h 08:30 ed arrivo alle 09:30 all’isola del Giglio - recupero bagagli e arrivo in struttura ricettiva - h 11:00 ritrovo per il tkk TKK il sentiero dei minatori e il Faraglione al Campese per il tramonto! Saliremo dal porto a Giglio castello in pullman o con servizio privato per ottimizzare i tempi. Faremo un breve giro del paese al Castello dove pranzeremo al sacco e scenderemo sul sentiero verso la Valle del Molino con i suoi palmenti e la macchia mediterranea tipica. Arriveremo alla bellissima baia del Campese, da qui proseguiremo per un affaccio alla cala dell’Allume con i suoi strapiombi e i colori sulle rocce come residuo di lavorazione mineraria. Rientro al Campese e tutti a vedere il tramonto sul sentiero roccioso per che conduce al Faraglione, passando dalle cale del Pertuso e Pozzarelli con scorci imperdibili. Rientro con NCC privato o pullman alle strutture ricettive per cambiarsi Salita al castello in auto guida o pullman per la FESTA delle CANTINE Rientro e pernottamento Dati tecnici Livello E: escursionistico – impegno medio Sentiero misto: bosco, roccioso, scalini e sabbioso Lunghezza 8/9 km – Dislivello 350m ca Andata – pranzo al sacco TERZO GIORNO: 26 settembre 2026 TKK verso l’estremo sud a CAPELROSSO! La vera anima naturalistica dell’isola granitica. Andremo in pullman al Castello ed inizieremo a camminare dal Giglio castello verso sud passando dalla Cote, poggio Terneti passando dalla zona di Castellucci con i suoi arbusti di macchia mediterranea. Vi sarà anche un tratto di asfalto. Arriveremo fino oltre il faro di Capelrosso a bande bianche e rosse passando da scorci panoramici unici su tutta l'isola. In questa zona limitata si concentrano i maggior vigneti di Ansonaco, il vino locale da bere in accompagnamento ad un ottimo panficato. Rientreremo dal sentiero misto roccioso e battuto ci ricondurrà a Castellucci dove scenderemo sul granito fino alla bellissima cala delle Cannelle. Fine escursione per chi si gode la cala e per chi vorrà ultimo tratto andata e ritorno alla bella cala delle Caldane. Le due cale di acque turchesi! Rientro in struttura per cambiarsi Salita al castello in auto guida o pullman per la FESTA delle CANTINE Pernottamento Dati tecnici Livello E: escursionistico – impegno medio Sentiero misto tra roccioso, sterrato, piccolo tratto di asfalto e piccolo tratto boscoso Lunghezza 13,5 km - Dislivello 600m ca in discesa e 400m ca in salita Anello – pranzo al sacco QUARTO GIORNO: 27 settembre 2026 TKK a nord al Fenaio e cala dell’Arenella Escursione verso la zona nord dell’isola, passando dalle Vaccarecce (l’antico faro) e arrivando al Fenaio, il nuovo faro ora sede di un pregiato b&b, con affaccipanoramici verso nord ovest ma anche verso est..il sentiero dei due mari! Arriveremo alla caletta della Monella e rientreremo a Scopeto per iniziare la discesa versa la bella cala dell’Arenella, un tempo cava di marmo bianco del tardo impero romano. Qui sosteremo per il pranzo e il relax con bagno lungo. Pomeriggio con rientro verso il porto per recuperare i bagagli e acquistare gli ultimi ricordi dell’isola prima della partenza della nave delle 18:00. Livello E: escursionistico – impegno medio-facile Sentiero misto: boscoso, sterrato, asfalto breve e scalini rocciosi Lunghezza 7/8 km – Dislivello 150m ca in salita e 250m ca in discesa Anello – pranzo al sacco Sera: discesa al porto per i souvenir e nave di rientro Toremar h 18:00 con arrivo alle 19:00 a Porto Santo Stefano. I trekking proposti sono adatti a camminatori che hanno esperienza su sentieri e sono in buona forma fisica. Le difficoltà saranno: Le condizioni del terreno i quali saranno in buona parte sconnessi e scalinati, la lunghezza ed i dislivelli/pendenze di alcuni percorsi. Tutti i sentieri saranno percorsi con l'aiuto ed assistenza della Guida. Le Guida potranno effettuare variazioni di itinerario e di programma in base alle condizioni meteo – meteomarine giornaliere e se lo riterranno necessario per un completo svolgimento in sicurezza. Ulteriori dettagli per wapp a Andrea 3398767846 andream4577@gmail.com INDICAZIONI TECNICHE ED EQUIPAGGIAMENTO sentieri di vari difficoltà di livello medio : E percorsi sia su sterrato sia su mulattiera rocciosa e sterrato. PRANZO al sacco Acqua almeno 1 litro e mezzo al giorno OBBLIGATORI: Scarpe da trekking con suola scolpita sotto, preferibili alte per la sicurezza della caviglia. CONSIGLIATI: Abbigliamento comodo e sportivo, magliette tecniche traspiranti. kway o mantella in caso di maltempo Bastoncini da tkk Costume e asciugamano QUOTA GUIDA DI PARTECIPAZIONE Per coloro che faranno 4 giorni /3 notti - iscrizione: 120 euro a partecipante entro il 30 giugno 2026 (dal 1/7 la quota di iscrizione sarà di 130 euro a partecipante a viaggio confermato) Per coloro che faranno 3 giorni /2 notti - iscrizione: 105 euro a partecipante entro il 30 giugno 2026 (dal 1/7 la quota di iscrizione sarà di 120 euro a partecipante a viaggio confermato) La quota di iscrizione andrà versata al momento dell’iscrizione e comunque in anticipo su indicazione della guida – indicare i dati fiscali e indirizzo e-mail per la fatturazione. La quota comprende: - accompagnamento con Guida Ambientale Escursionistica con assicurazione RC (ai sensi della L.R. 42/2000). I partecipanti non sono coperti da assicurazione contro gli infortuni che possono richiedere al momento dell’iscrizione pagando l’opportuna quotazione (sempre consigliata) La quota non comprende: - nave andata/ritorno (durata navigazione 1h) - pernottamento in hotel in camera doppia per coloro che faranno 3 notti/4 giorni - pernottamento in hotel in camera doppia per coloro che faranno 2 notti/3 giorni - quota per il giro in barca dell’isola del primo giorno - cene in locali/festa e pranzi al sacco - trasferimenti NCC e /o pullman sull’isola – trasporto auto guida sulla nave A/R - tutto ciò che non è indicato alla voce “la quota comprende”. MODALITA' E TERMINI DI ISCRIZIONE Iscrizioni entro il 30 giugno 2026 Info e prenotazioni su wapp a Andrea tel. 339-8767846 fino a esaurimento posti indicando i nominativi dei partecipanti che verranno inseriti nella chat creata per dare a tutti le informazioni necessarie per i ritrovi, gli orari e le modalità dello svolgimento della giornata. PENALI ANNULLAMENTO Nel caso di disdetta da parte del cliente entro il 30/06/2026, vi verrà restituita interamente la quota. Nel caso di disdetta da parte del cliente tra il 01/07/2026 ed il 31/07/2026, vi verrà restituito il 50% della quota versata. Nel caso di disdetta dal parte del cliente dal 01/08/2026 sino al giorno stesso della partenza del viaggio vi verrà trattenuta l'intera quota versata. Prenotazione obbligatoria. La prenotazione è valida solo al versamento della quota di iscrizione. Al momento della prenotazione saranno richiesti i dati personali per la fatturazione e per la prenotazione della struttura. ANNULLAMENTO DA PARTE DELLA GUIDA Le Guide si riservano il diritto di ANNULLARE l'evento per motivi di sicurezza anche in prossimità della partenza. Le Guide informeranno i partecipanti entro le 12 ore precedenti alla partenza. In caso di annullamento le Guide Ambientali Escursionistiche non sono responsabili dei costi sostenuti per eventuali pernottamenti o altre spese sostenute in proprio dal partecipante all'escursione. NOTE NB: LE GUIDE SI RISERVANO DI NON ACCETTARE PARTECIPANTI SPROVVISTI DI ADEGUATO ABBIGLIAMENTO E CALZATURE; DI CAMBIARE PROGRAMMA O PERCORSO SENZA PREAVVISO ANCHE IN PROSSIMITA' DELLA PARTENZA E IN MANIERA SOSTANZIALE, A LORO INSINDACABILE GIUDIZIO QUALORA SI VERIFICASSERO CONDIZIONI DI QUALUNQUE GENERE CHE IMPEDISCANO DI OTTEMPERARE ALLE NORME PER LA SICUREZZA DEL GRUPPO

InactiveJul 2, 26 · 1d
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Mio figlio ha detto: «Meglio se morissi presto.» Ha quarantun anni. Io ne ho sessantotto. E pensava che dormissi. Mi chiamo Luciana Ferrari. Vivo a Castelmaggiore, vicino a Bologna. Trentaquattro anni ho lavorato come operaia al Calzaturificio Emiliano — ogni giorno alla macchina, schiena piegata, piedi sui pedali, mani che tirano la pelle. Cucivo scarpe a doppio turno per crescere mio figlio da sola. Mio marito Enrico è morto dodici anni fa — infarto, al magazzino, a cinquantaquattro. Semplicemente non è tornato dal lavoro. Hanno chiamato alle sei di sera: «Signora, venga.» Da allora — sola. Mio figlio Stefano. Quarantun anni. Sposato con Monica, due figli — Luca, undici, e Chiara, sette. Vivono a Bologna, trenta minuti in macchina. Stefano lavora alle Poste, Monica è commessa in un negozio di abbigliamento. Mutuo, figli, nervi. Una famiglia normale. La pensione — novecentotrenta euro. Le bollette — duecentottanta. Le medicine — centocinquanta al mese. La spesa — trecento. Fate voi i conti di cosa restava. È cominciata sei anni fa. La schiena. Sollevavo uno scatolone di ritagli di pelle al magazzino — e qualcosa si è rotto. Non scricchiolato. Rotto. Un dolore dalla vita al ginocchio. Lo scatolone è caduto. Ero in mezzo al reparto e non riuscivo a respirare. Pensavo — uno strappo. Passa. Non è passato. Dopo tre mesi — le ginocchia. Prima scricchiolavano la mattina. Poi la sera si gonfiavano al punto da non infilare le scarpe. Mi mettevo le pantofole di Enrico — il suo quarantatré entrava sui miei piedi gonfi. Le pantofole di mio marito morto. Ogni mattina. Dopo un anno — non riuscivo a sedermi sul water. Non riuscivo ad avvitare la moka. Non riuscivo ad allacciarmi il reggiseno — le braccia non arrivavano dietro la schiena. Gemevo nel sonno — ogni notte, senza svegliarmi, gemevo. Stefano me l'ha detto dopo: «Mamma, gemi come un animale ferito. Ti sento attraverso il muro.» Dottori. Sei anni, quattro dottori. Il medico di base — «gonartrosi, ernia L4-L5, l'età, signora». Il reumatologo a Bologna — diclofenac, quattro mesi, ottanta euro al mese. Mi ha bruciato lo stomaco, le ginocchia — uguali. L'ortopedico — iniezioni di acido ialuronico, tre cicli da trecentocinquanta euro. Un mese di sollievo, poi da capo. Fisioterapia — venticinque euro a seduta, tre volte a settimana, quattro mesi. Pomata a dodici euro il tubetto — mattina e sera, un tubetto a settimana. L'ultimo ortopedico a Bologna ha guardato le lastre, ha sospirato: — La cartilagine è consumata. Osso contro osso. Protesi a entrambe le ginocchia — dodicimila euro. Ma alla sua età — ci sono rischi. E ha alzato le spalle. In sei anni ho speso in dottori, iniezioni, pastiglie e pomate più di quattromila euro. La mia pensione di quattro mesi e mezzo. Risultato — zero. Le ginocchia si gonfiavano di più. La schiena non si raddrizzava. Camminavo col bastone. Poi con il deambulatore. Poi — la carrozzina. L'ultimo anno prima del ricovero — Stefano veniva quasi ogni giorno. Dopo il lavoro, attraverso tutta la città, quaranta minuti all'andata. La mattina — mi infilava le calze. Perché io non riuscivo a piegarmi. Mio figlio di quarantun anni era in ginocchio davanti a me e mi infilava le calze sulle gambe che non sentivo. In silenzio. Con la faccia grigia. Monica lo chiamava ogni mezz'ora: «Stefano, Luca non ha fatto i compiti. Stefano, Chiara piange. Stefano, quando torni?» Sentivo la sua voce dal telefono. Irritata, stanca. Non cattiva — sfinita. Vedevo la sua faccia. Grigia, con le occhiaie. Vedevo come stringeva i denti quando mi aiutava ad alzarmi. Vedevo come guardava l'orologio — di sfuggita, pensando che non me ne accorgessi. Me ne accorgevo. E tacevo. Mangiavo meno — per disturbarlo il meno possibile. Non bevevo acqua dopo le sei — per non chiamarlo di notte. Una volta sono caduta in corridoio. Le due del pomeriggio. Stefano al lavoro. Sono rimasta a terra cinque ore. Il telefono — sul comodino in camera. Quattro metri. Quattro metri che non riuscivo a percorrere. Stefano è arrivato alle sette. Mi ha trovata sul pavimento. Bianco. — Mamma, perché non hai chiamato?! — Non ci arrivavo. Quella sera pensava che dormissi. Era seduto in cucina, parlava con Monica al telefono. Piano. Ma io sentivo. Ogni parola. — Non ce la faccio più, Monica. Non ce la faccio. Non dormo, i bambini non mi vedono, tu ti arrabbi. E lei... lei sta solo peggio. Ogni giorno peggio. E io non posso fare niente. Meglio se lei... meglio se finisse tutto presto. Meglio se finisse. Mio figlio aspetta che io non ci sia più. Non ho dormito tutta la notte. Stavo sdraiata e sentivo lui che russava sul divano in salotto. Il mio ragazzo, che ho cresciuto da sola, a cui cucivo la divisa di scuola di notte — dorme e non sa che sua madre ha sentito tutto. La mattina non ho retto. Ho urlato — per la prima volta in vita mia al mio stesso figlio. — Allora aspetti che muoia?! Io mi sono accecata alla macchina per farti studiare! Non dormivo le notti quando stavi male! E tu — ti dà fastidio tua madre?! Non respiravo. Battevo il pugno sul lenzuolo. Singhiozzavo. E lui stava lì, bianco, e taceva. Poi ho capito la cosa terribile: non discuteva perché aveva già deciso tutto. Il posto al ricovero l'aveva trovato e preparato prima. Prima di quel discorso. In silenzio ha tirato fuori dall'armadio la mia borsa. Ha cominciato a mettere dentro le cose. La vestaglia. Le pantofole. La foto di Enrico dal comò. — Mamma, ho già sistemato tutto. È meglio così. Per tutti. L'ha detto guardando il pavimento. Quando spingeva la mia carrozzina lungo il corridoio del ricovero, mi sono aggrappata ai braccioli. — Stefano. Adesso lasci qui tua madre. Tua. Madre. Guardami. Guardami! Non mi ha guardata. Ha solo stretto di più le maniglie della carrozzina. Le nocche bianche. Nella stanza ha messo la mia borsa sullo sgabello. Si è chinato, mi ha dato un bacio veloce in testa e ha borbottato da qualche parte di lato: «Vengo a trovarti, mamma. Presto.» Ed è andato verso la porta. Più veloce. Ancora più veloce. Un uomo grande, adulto, che scappa dalla propria madre. — Stefano! Non ti permettere! Stefano!! Non si è girato. I tacchi lungo il corridoio. La porta è sbattuta. Silenzio. Quattro letti. Odore di cloro e medicine. Il soffitto che ho imparato a memoria, perché ci stavo ore a fissarlo. Le vecchie intorno guardavano un punto fisso con gli occhi vuoti. La mattina — alle sei. Pappa fredda dalla cucina. Mani estranee e indifferenti che ti girano come un sacco. La televisione nel corridoio che urla nel vuoto. E il silenzio dopo le luci spente, in cui si sente la vicina piangere dietro il muro. Non mangiavo. Non parlavo. Stavo a letto girata verso il muro. Ripetevo la frase. «Meglio se finisse.» Ero arrabbiata con Stefano — per avermi data via. Con me stessa — per aver messo al mondo chi mi ha scaricata. Con Dio — per non avermi presa prima, quando ero ancora una madre, non un peso. Stefano è venuto una volta. Venti minuti. Ha portato mele e una rivista. Senza Monica. Senza Luca e Chiara, a cui facevo i maglioni ogni inverno. Ha guardato l'orologio. Se n'è andato. Dopo chiamava una volta a settimana. Trenta secondi. «Come ti danno da mangiare, mamma?» E riattaccava. Come se fossi una cliente d'albergo. La seconda settimana si è seduta accanto Giuseppina. La vicina di stanza. Anche lei carrozzina. Anche lei artrosi. Anche lei «portata e dimenticata». Settantatré anni. Mi ha guardata a lungo mentre stavo girata verso il muro senza mangiare. Poi piano: — Non guardare quel muro, ragazza. Io l'ho guardato per sei mesi. Non risponde. Mangia. Almeno un cucchiaio. Non ho risposto. Ma per la prima volta in una settimana mi sono girata verso una persona, non verso il muro. Da quel giorno ci siamo tenute l'una all'altra. Due vecchie. Ogni sera bevevamo tè annacquato sul mio comodino e parlavamo degli stessi argomenti: i figli che ci avevano date via. Piangevamo. Piano, come abitudine. Ad aprile è arrivato un dottore al nostro piano. Giovane — sui trentacinque. Magro, con la barba non fatta, scarpe da ginnastica e giacca sopra il camice. Non era del nostro personale — era venuto da solo. Con lo zaino. L'infermiera Paola — una brava donna, l'unica che ci trattava come persone — mi ha sussurrato: «Questo qui si è proposto da solo. Lavorava in una clinica privata a Roma, bei soldi. Se n'è andato. Adesso gira per posti come il nostro. Cura i vecchi che tutti hanno dimenticato. Gratis. Strano.» Dottor Riccardo Bianchi. È entrato nella nostra stanza. Ha guardato Giuseppina. Poi me. Si è seduto sulla sedia tra i nostri letti. Non aveva fretta. — Signora, mi racconti cosa le fa male. Quando è cominciato. Cosa ha provato. Cosa ha funzionato, cosa no. Lo guardavo. Sei anni. Quattro dottori. Nessuno si era mai seduto accanto. Nessuno aveva chiesto «mi racconti». Tutti scrivevano una ricetta e facevano ciao con la mano. Ho raccontato. Tutto. La schiena. Le ginocchia. Sei anni. Diclofenac, iniezioni, fisioterapia, pomate. Quattromila euro. «L'età, signora.» Ascoltava. Non interrompeva. Scriveva. Poi mi ha visitata — ginocchia, schiena, mani. Con delicatezza, dito per dito. Si è riseduto. Ha taciuto. Poi: — Signora Luciana. Sa cosa le hanno dato per sei anni? Antidolorifici. Temporanei. Non curano. Mascherano il dolore mentre la cartilagine continua a distruggersi. Quando la pastiglia smette di fare effetto — a lei sembra che sia peggiorato. Ma in realtà — era già peggio. Solo che non lo sentiva. Ha taciuto. — Tre anni fa me ne sono andato dalla clinica a Roma. Perché vedevo la stessa cosa ogni giorno: il paziente arriva con l'artrosi, scriviamo pastiglie, dopo un mese — torna, scriviamo altre, dopo sei mesi — è con le stampelle, proponiamo un'operazione a dodicimila. La persona si indebita, si opera — dopo un anno l'infiammazione è tornata. Curavamo la conseguenza, la causa viveva dentro. — Me ne sono andato. Ho lavorato tre anni con un centro di ricerca. Abbiamo creato uno spray — formula naturale. Lo spruzzi sulla pelle — i principi attivi penetrano attraverso la pelle direttamente nell'articolazione. Spengono l'infiammazione a livello cellulare. Avviano il recupero della cartilagine. Non mascherano il dolore — ne eliminano la causa. Mi ha guardata. — Signora, non prometto miracoli. Non prometto che correrà. Ogni caso è diverso. Ma ho visto persone nelle sue condizioni — e si sono alzate. Mattina e sera, sulle ginocchia e sulla schiena. Quattro-sei settimane. Se non funziona — non ha perso niente. Ha lasciato il flacone sul comodino. Piccolo, senza etichette vistose. Non ha preso soldi. Sulla porta si è girato: — «Sopporti, è l'età» — le parole più comode per un medico stanco. E la condanna più crudele per un paziente. Non se la firmi da sola. Giuseppina ha cominciato per prima. Guardavo. Non ci credevo. Dopo tre giorni ha detto: «Luciana, di notte non mi torceva come prima.» Dopo una settimana — si è seduta senza l'aiuto dell'infermiera. Dopo due — si è alzata, appoggiandosi alla testiera del letto. Dopo tre — ha camminato nel corridoio col deambulatore. È venuta da me. Da sola. Sulle sue gambe: — Adesso tu. Ti prego. Cosa ho da perdere? Peggio di questo letto e di questo muro — non può andare. La sera ho spruzzato lo spray sulle ginocchia e sulla schiena. Uno strato sottile. Profumava di erbe. Le mani tremavano. Primi due giorni — niente. Pensavo: un'altra fregatura. Quattromila euro in sei anni — e nessuna ha funzionato. Perché questo dovrebbe essere diverso? Giorno 3 — mi sono svegliata e non ho capito subito cosa fosse cambiato. Poi ho realizzato: non avevo gemuto. Per la prima volta in tre anni la mattina non era cominciata con un gemito. Giorno 5 — il gonfiore alle ginocchia si è ridotto. Ho visto le mie rotule. Vere. Non viola. Giorno 7 — mi sono alzata. Mi tenevo alla testiera del letto. Sono rimasta in piedi venti secondi. Le gambe tremavano. Ma reggevano. Ho pianto in piedi. Giuseppina ha pianto anche lei. Giorno 10 — passi lungo il muro. Fino alla porta della stanza e ritorno. Sei metri. Giorno 14 — ricaduta. La mattina ginocchia gonfie, la schiena bloccata. Panico. Ho chiamato l'infermiera Paola. Lei ha chiamato Bianchi. Lui ha detto: «Ricaduta alla seconda settimana — è normale. Non smetta. Domani meglio.» L'indomani — meglio. Giorno 18 — fino alla mensa. Col bastone, ma da sola. Il personale guardava. Per loro era un miracolo — quattro mesi in carrozzina, e all'improvviso cammina. Giorno 21 — nel cortile. Sole, panchina, aria. Ero seduta e strizzavo gli occhi. Per la prima volta in quattro mesi — il cielo. Giorno 28 — camminavo nel corridoio senza bastone. Piano, ma camminavo. Giuseppina accanto. Due vecchie, portate lì per morire — camminavano nel corridoio del ricovero sulle loro gambe. E sapete cosa ho provato quando mi sono rimessa in piedi? Non gioia. Rabbia. Fredda, chiara rabbia. Mi avevano portata qui per morire. Mi avevano cancellata. E io — sto in piedi. Non ho chiamato Stefano. Non volevo sentire la sua voce, il suo «come ti danno da mangiare». Volevo che vedesse. Con i suoi occhi. Dopo due settimane, quando camminavo sicura col bastone, ho fatto le carte. Ho chiamato un taxi. Giuseppina mi ha abbracciata: «Vai. E digli tutto.» Sono arrivata a casa di mio figlio. Ho salito i gradini — da sola. Ho suonato il campanello. Ha aperto Stefano. Ricorderò la sua faccia per tutta la vita. Guardava la madre che un anno prima aveva portato via in carrozzina. E lei sta in piedi. Sulle sue gambe. Davanti alla sua porta. Il sangue gli è defluito dal viso. Si è aggrappato allo stipite. — Mamma?.. Tu... cammini? — Cammino. Ti sei affrettato, figlio mio. Mi avevi già sepolta. Compilato, portata e scappato. E io non ho intenzione di morire. Senti? Non. Ho. Intenzione. Volevo dire di più. Ero venuta per buttare fuori tutto — il «meglio se finisse», la carrozzina, il muro che ho fissato per quattro mesi, il cibo che rifiutavo per esaudire il suo desiderio. Avevo le parole pronte. Ma lui non si è difeso. Non ha detto una parola. È scivolato a terra proprio sulla soglia. Si è stretto le ginocchia tra le braccia e ha singhiozzato. Come da bambino, quando si sbucciava il ginocchio e correva da me. — Perdonami. Lo so. So tutto. Ho sentito cosa ho detto quella volta, l'ho risentito mille volte nella testa. Non volevo, mamma. Mi sono solo rotto... e poi non riuscivo a guardarti negli occhi e ti ho scaricata come un vigliacco. Me lo sono mangiato dentro ogni giorno. Lo guardavo. E la rabbia che portavo come uno scudo si è sbriciolata. Lì, sulla soglia. Perché davanti a me non c'era un nemico. C'era il mio ragazzo, che stava affogando insieme a me e non sapeva come uscirne. Mi sono abbassata accanto a lui. Piano, appoggiandomi al muro, ma da sola. Gli ho messo la mano sulla testa. Come un tempo, quando stava male e io non dormivo le notti. — Basta, figlio mio. Eravamo tutti e due sul fondo. Anch'io non ti ho perdonato per tutto questo tempo — e la rabbia mi ha divorata più della malattia. Non sono venuta a seppellire la nostra vita. Sono venuta a dirti che vivrò ancora. E voglio vivere accanto a te. Siamo rimasti seduti sul pavimento nell'ingresso. In due. E piangevamo. Dalla stanza è uscita Chiara — sette anni, scalza, in pigiama. Ci ha guardati. Poi piano: — Nonna? Sei tu? Stai in piedi? Stefano si è coperto la faccia con le mani. Sono passati tre mesi. Vivo a casa mia a Castelmaggiore. Sola. Vado al mercato ogni mattina. Cinquecento metri andata, cinquecento ritorno. Cucino — tagliatelle, ragù, tortellini in brodo. Sto ai fornelli venti minuti. Avvito la moka — ogni mattina, con due mani, senza dolore. Stefano viene ogni domenica. Con Monica, con Luca, con Chiara. Mangiano da me. Chiara sta sulle ginocchia e racconta della scuola. Luca mi aiuta nell'orto. Monica lava i piatti e tace. Ma tace in modo diverso. Non irritata. Tranquilla. Stefano dopo pranzo sta seduto in cucina e beve il caffè. Da quella moka. Mi guarda e tace. A volte dice: «Mamma, il ragù — come una volta.» Nient'altro. Ma non mi serve altro. Il ricovero lo visito una volta al mese. Giuseppina cammina da sola. Senza deambulatore, senza bastone. Ci sediamo sulla panchina nel cortile, beviamo caffè dal thermos e guardiamo arrivare i figli di qualcuno. Alcuni — piangono. Alcuni — no. Lo spray lo applico ogni giorno. Mattina e sera. Un'abitudine che mi tiene in piedi. Sapete cosa ho capito? Abbiamo litigato con mio figlio non perché lui è cattivo. E non perché io sono cattiva. Ci ha diviso il dolore. Ha trasformato me in un peso e lui in una persona sfinita che un giorno non ha retto. Se avessi cominciato prima — non ci sarebbero state né la carrozzina, né il ricovero, né quella frase dietro il muro. Per questo vi chiedo: non arrivate a quel punto. Il dolore non ruba solo il movimento. Ruba le persone che amate. Tra voi e i vostri figli non deve mettersi una carrozzina. Il link è qui sotto — l'articolo del dottor Riccardo Bianchi. Spiega con parole semplici perché le articolazioni fanno male e perché tutto quello che vi hanno dato prima non ha funzionato. Leggete. Decidete voi. Il pulsante blu «Scopri di più». Nome e telefono. Vi richiameranno. Il corriere arriva in due-tre giorni. Pagamento alla consegna. Luciana Ferrari, 68 anni, Castelmaggiore, Bologna.

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